Chiacchiere di lavatoio

autore Manuela Rossi
data 29 Giugno 2016
discipline Intersezioni

Lasciata Salt, l’ultima borgata di Artegna, e proseguendo per Montenars, ci si imbatte, subito prima del ponte sul fiume Orvenco, in un lavador. Da qui parte il sentiero di cui voglio parlarvi oggi: un suggerimento da tenere nel taschino per un’escursione dell’ultimo minuto adatta alle più calde giornate d’estate (dresscode: scarpe da escursionismo e costume da bagno).

I lavatoi sono costruzioni che trovo interessanti (mi chiedo se questo sia legato al fatto che sono totalmente dipendente dalla lavatrice). Se i giovani oggi sono definiti digital-native, allora io sono di certo una washing-machine-native, tanto da selezionare in funzione del futuro lavaggio i capi di abbigliamento già in fase di acquisto: tinte grigie a prova di scolorimento, banditi i tessuti delicati e alla larga dai bianchi (troppo propensi al volta-colore)!

Nonostante la mia indole da massaia lavativa (aggettivo piuttosto calzante) sono sempre stata attratta dai luoghi sorpassati dal tempo, abbandonati, velatamente nostalgici ma affollati di storie che nessuno ha mai scritto. Il percorso che qui vi propongo oggi (contro il logorio della vita moderna) è a tutti gli effetti un tuffo nel Friuli contadino post-bellico: Montenars come la Brescello dei racconti di Guareschi.

Il lavatoio di Salt è oggi abbandonato e avvolto dalla vite canadese, ma fino alla fine degli anni ‘50 era assai frequentato dai locali: era un vero centro di socializzazione. Certo, le donne lo utilizzavano principalmente per fare il bucato ma lo immagino, a quei tempi, come un covo di pettegolezzi e di racconti squisitamente femminili che scorrevano fluidamente di bocca in bocca.

Dal lavatoio, il nostro percorso continua costeggiando il torrente Orvenco. Il sentiero è anche conosciuto come “troi des cascades” (sentiero delle cascate), appellativo dovuto ai numerosi salti d’acqua, naturali e artificiali, presenti lungo il torrente. Ai piedi di queste cascate troverete pozze di acqua turchese, in cui basterà avere un po’ di coraggio (quel tanto che basta per superare l’impatto dell’acqua gelida) per godervi una splendida nuotata rigenerante.

A tutte le cascate e alle rispettive pozze che incontrerete è stato dato un nome. Alcune, come la turbine e il tulin, sono impervie, altre sono formate da strati rocciosi disposti a lunghe gradinate dove proliferano microscopiche alghe che formano una patina infida e scivolosa, come nel caso della pozza del bastart (nomen omen!).

Poi, visto che già vi trovate a Montenars, sarà d’obbligo una capatina ai roccoli! I roccoli sono delle complesse architetture vegetali su cui venivano installate delle reti allo scopo di catturare gli uccelli in migrazione durante l’autunno e la primavera.

Chiamasi “aucupio”, la tecnica di caccia ai piccoli uccelli mediante l'uso di trappole di varia natura; ha origini remote e nel corso del tempo le varietà di questa tecnica si sono via via affinate, diventando sempre più ingegnose. Già in epoca romana erano diffusi sistemi con le reti, ma il “roccolo” rappresenta sicuramente il risultato più evoluto di questo processo.

In Italia i primi roccoli furono costruiti già a partire dal XIV secolo nella provincia di Bergamo per poi espandersi in tutto l’arco alpino. In contesti rurali estremamente poveri, questo tipo di attività forniva alle famiglie una fonte proteica altrimenti irreperibile. Con il mutare della situazione socio economico l’esigenza è venuta meno e l’aucupio è stato progressivamente limitato, fino a venire completamente abolito nel 1992. Oggi i roccoli hanno quindi solo un valore storico e paesaggistico.

Sul territorio di Montenars, un tempo si contavano circa una cinquantina di queste strutture per la cattura, a dimostrazione che l’area era collocata su un’importante rotta migratoria. Oggi ne rimangono solo cinque, da poter visitare e in buono stato di conservazione.

Tra questi, uno dei più suggestivi è quello appartenuto a Pre Checo Placereani. Il sacerdote Francesco Placereani è stato un personaggio di spicco dei movimenti culturali e politici friulani degli anni ’60. Non l’ho mai conosciuto, ma per la sua forte personalità e il suo impegno sociale e politico è nel mio immaginario il “Don Camillo del nord-est”!

Ho ascoltato alcuni racconti di persone che da bambini frequentavano il roccolo di Pre Checo, incuriositi soprattutto dal gran numero di catture che il suo roccolo vantava. Mi dicevano che questa attività implicava una grande pazienza. In silenzio, il parroco, insieme agli altri uccellatori, attendeva nella capannetta l’arrivo degli uccelli per azionare lo spavent, che avrebbe fatto finire gli animali nelle reti. L’attesa per i bambini era snervante, si giravano e si rigiravano in continuazione fino a quando il parroco li ammoniva “Silensio frus!” (Silenzio bambini!). Al rimprovero, tutti obbedivano rispettosi. Peccato che la quiete era comunque interrotta dai frequenti e fragorosi colpi di tosse dello stesso Pre Checo, probabilmente dovuti al gran numero di toscani che fumava durante l'attesa!

Non mi è mai capitato invece, di sentire alcuna storia su un qualche “Peppone” di Montenars. Immagino però che, dal momento che in quegli anni la scena politica era molto animata, non sia campata in aria l’ipotesi di un Gino Cervi anche nel roccolo, avvolto dal fumo del toscano, seduto accanto di Pre Checo, a discutere animatamente, mentre gli stormi spaventati dal baccano dei due se ne volano lontano.