La leggenda dei camosci del monte Coglians

autore Manuela Rossi
data 23 Settembre 2016
discipline Intersezioni

Tra le tante attrazioni turistiche che il Friuli Venezia Giulia può annoverare non posso non menzionare il paesaggio montano della Carnia. All'estremità nord occidentale della regione si ergono le alte cime delle Alpi Carniche, prima tra tutte il Coglians che, con i suoi 2780 metri è il monte più alto del Friuli. Quello di cui vorrei scrivere oggi però non è né la sua evoluzione geologica né l'incredibile ricchezza di specie presenti in quest'area, ma una curiosa leggenda legata ai camosci che qui vivono.

La storia narra di Martino (la tradizione lo descrive come San Martino in persona), un uomo dall'animo benevolo, umile e gentile che conduceva una vita che i più definirebbero “semplice”.

Ogni giorno Martino radunava il suo gregge di capre e lo conduceva lungo il sentiero che porta verso la vetta del monte Coglians. Lungo il cammino, i suoi amati animali potevano approfittare degli estesi pascoli e nutrirsi delle gustose erbe di montagna, mentre lui contemplava la vastità del panorama d'alta montagna e le varietà di piante e animali che lo popolavano.

Martino però non era solo, tra quelle cime: qui vivevano infatti due demoni. Scuri e spaventosi nell'aspetto, non erano di certo figure raccomandabili, odiavano le persone e nulla dava loro gioia se non la sofferenza altrui. Il loro aspetto si ingrigiva sempre più ad ogni cattivo pensiero che usciva dalle loro menti diaboliche.

Da parecchio tempo tenevano sott'occhio il pastore, e non c'era nulla che li innervosisse di più del vedere l'espressione beata di Martino mentre pascolava le sue capre. “Tutta questa felicità mi dà il voltastomaco.” si dicevano l'uno l'altro “Non è possibile che non sia mai arrabbiato o affranto?”.

Un giorno, mentre stavano spiando Martino che pascolava i suoi animali, videro un capretto allontanarsi su un ghiaione. L'accaduto non sfuggì neppure all'aquila che volteggiava proprio lì sopra; il maestoso rapace si lanciò in picchiata, afferrò il piccolo e se lo portò via. I demoni volsero lo sguardo verso Martino e per un attimo ai due sembrò di vedere il viso dell'uomo intristirsi guardando il capretto senza vita penzolare dagli artigli dell'aquila in volo.

Forse per un istante fu davvero così, ma poi Martino pensò che quel magnifico uccello aveva agito in quel modo per sfamare la sua nidiata. Il suo viso allora si rasserenò, certo che le montagne tanto amate non sarebbero state così belle se sui cieli non ci fossero state le aquile.

Questo era troppo, tanta bontà aveva mandato in “crisi iperglicemica” i due demoni, che decisero di passare all'azione una volta per tutte. L'indomani, quando Martino con le sue capre salì sulle pendici del Coglians per portare le bestie al pascolo i demoni gli tesero un agguato e abbrancando goffamente le capre si portarono via tutto il gregge.

Nella maldestra operazione i demoni trascinarono gli animali per il muso e, quando queste tentavano la fuga, i due le afferravano sul dorso lasciando ogni volta il segno delle loro sudice mani sul pelo delle capre spaventate. Quando le ebbero portate lontano, si volsero verso Martino per vederne la reazione e ... ci rimasero di stucco perché si accorsero che il pastore non sembrava per nulla arrabbiato o ferito dall'accaduto. Martino aveva accettato questa perdita, pensando che il suo gregge era molto numeroso e che gli animali della montagna riuscivano a vivere felici con molto meno: così avrebbe fatto anche lui!

I demoni andarono su tutte le furie cominciarono a imprecare, a battere i pugni a terra strappandosi i capelli dalla rabbia: pestarono i piedi talmente forte che la terra si fece rovente, si sciolse e li inghiottì nelle viscere della montagna.

Il gregge, libero dalla morsa dei demoni, fuggì verso la vetta e si rifugiò in una grotta dal soffitto molto basso, talmente basso che le punte delle loro corna si piegarono all'indietro a mo' di uncino. Passarono i giorni, i mesi e gli anni, e le capre, con le loro corna ripiegate all'indietro, il loro muso e la loro schiena macchiata di nero, cominciarono a sentirsi a proprio agio sulla vetta del monte Coglians. Si fecero sempre più schive e diffidenti fino a diventare totalmente selvatiche.

La leggenda vuole che i discendenti delle capre di Martino siano quelli che oggi conosciamo come camosci. Ovviamente questo è solo un racconto E i camosci non sono capre tornate alla vita selvatica, ma una specie a sé (Rupicapra rupicapra, nel caso del camoscio alpino) che con l'animale domestico condivide solo l'appartenenza alla medesima sottofamiglia, quella dei caprini.

In Friuli Venezia Giulia si stima che la popolazione di camosci oscilli oggi attorno alle 5000 unità, principalmente distribuite nella fascia alpina e prealpina, con una singolare eccezione: un nucleo che da tempo si è stabilito sul Carso Triestino e che si spinge fino a ridosso del golfo di Trieste, sulle falesie di Duino.