Non accontentarsi

autore Stefano Dal Secco
data 6 Luglio 2016

Quando qui parliamo della “Casa delle Farfalle di Bordano” ovviamente poniamo l’accento sulle “FARFALLE”, parliamo cioè di natura, di conservazione, del nostro impatto sul pianeta, della straordinaria esuberanza di animali e piante. Tuttavia in questi giorni di generali commemorazioni per i 40 anni dal terremoto del 76, mi sembra doveroso partire sottolineando invece il fatto che la casa delle farfalle sia anche di “BORDANO”.

Si dice sempre che l’Università, la Protezione Civile e un nuovo tessuto industriale in Friuli Venezia Giulia, sono tra i grandi figli della ricostruzione. Qui da noi, a i piedi del San Simeone, lo è la Casa delle Farfalle: uno dei frutti migliori della ricostruzione, il frutto di un contesto sociale, culturale, economico che ha caratterizzato i primi 20 anni seguiti alla catastrofe del 1976.

La Casa delle Farfalle è nata dalla determinazione di alcuni amministratori di quegli anni, dalla convergenza tra la loro forte volontà di far risorgere questa terra e un momento storico che permetteva di portare in fondo i progetti (erano gli anni ottanta e poi i novanta, dopo le cupezze degli anni 70 e prima della disillusione del mondo globalizzato e delle sue molte crisi).

 

Un secolo fa

 

Mentre si stava progettando e poi costruendo questo edificio e queste serre, non c’era l’euro, c’era ancora il telefono a ghiera e internet stava timidamente uscendo dal bozzolo; la CO2 nell’atmosfera era già a livelli preoccupanti e le foreste tropicali venivano abbattute allegramente, però pochi lo sapevano e quasi nessuno se ne preoccupava. Non c’erano stati l’11 settembre, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria o le primavere arabe (né tanto meno si erano trasformate in autunni-inverni). Prima del 2000 non c’era nemmeno il protocollo di Kyoto, non c’era l’eolico e il fotovoltaico, mentre c’era invece l’amianto (quello c’è ancora, in realtà); il muro di Berlino era caduto ma ancora c’era nell’aria la polvere della demolizione. Sembra un secolo fa.

Proprio in quegli anni il modo di pensare i musei e di gestirli stava cambiando in maniera radicale. Tanti anni fa, i musei scientifici erano fatti quasi solo di bacheche con dentro animali impagliati e qualche cartello. Negli anni 90, poi, hanno iniziato anche in Italia a diventare musei “interattivi”: i macchinari della scienza venivano portati in mezzo alla gente e chi andava al museo poteva toccare tutto e riprodurre lui stesso alcuni esperimenti. Era una cosa nuova ed entusiasmante

Anche una casa delle farfalle è un’esperienza interattiva, perché al visitatore non vengono proposte le immagini della foresta e le descrizioni degli animali: la foresta viene portata direttamente qui e il visitatore vi si può immergere, le farfalle gli volano addosso, sente sulla pelle il calore e l’umidità dei tropici.

 

Godzilla

 

Ma il tempo scorre sempre più veloce ogni anno che passa. Se ci sono voluti alcuni secoli, per passare dal museo pieno di animali impagliati fino a quello che porta gli esperimenti e gli strumenti della scienza in mezzo ai visitatori, ora, in solo 20 anni, il ruolo dei musei è di nuovo cambiato totalmente.

Oggi viene chiesto a un museo di essere prima di tutto luogo di incontro e di discussione. Il suo scopo è certo ancora quello di raccontare e mostrare cose e fatti, ma sempre di più è anche quello di ascoltare i visitatori.

Oggi i grandi problemi legati alla scienza (la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse, i cambiamenti climatici) non sono più astratti e lontani, e non si possono più lasciare solo alle università e agli scienziati. Sono come Godzilla: sono sbarcati sotto casa nostra e rischiano di cancellarci con una zampata; dunque non possiamo aspettare che arrivi un supereroe a salvarci, ma dobbiamo anche noi conoscere il mostro, da dove viene e cosa mangia, come si muove e dove sta andando.

 

Grandi responsabilità

 

Raccontiamo spesso questa storia: se nella stanza di un museo metti una bellissima postazione interattiva che riproduce un esperimento di fisica e un grosso insetto stecco che puoi prendere in mano e ti cammina sul braccio, l’insetto vince la partita a tavolino: intorno al terrario con l’insetto sarà affollato di gente mentre al tavolo con l’esperimento di fisica staranno incollati solo un paio di giovani nerd.

Un centro come la Casa delle Farfalle ha dunque molte più opportunità di un qualunque museo scientifico tradizionale, perché entrare in una serra tropicale piena di farfalle che ti volano intorno funziona ancora oggi come funzionava 20 anni fa. Qui a Bordano abbiamo quindi una grande ricchezza. Tuttavia, recita il luogo comune, “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. È facile, ed è spesso una tentazione, “sedersi” su questo potere di attrarre ed emozionare che hanno le farfalle vive. Ma dobbiamo porre attenzione a non cadere in questa tentazione perché, così come l’uomo ragno, anche noi abbiamo una grande responsabilità.

 

Cittadini

 

Cosa dev’essere dunque, oggi, un importante museo di scienze naturali com’è la Casa delle Farfalle di Bordano? Senza dubbio non può più essere solo quello che era molti anni fa, quando si è riusciti a farla diventare una realtà, né quello che è stata negli anni successivi, quando è riuscita a diventare un punto di riferimento in regione. Questi traguardi sono stati raggiunti; sono dei punti fermi e da quelli occorre partire. Ma come abbiamo detto, i tempi sono cambiati, è cambiato il modo di lavorare in questo settore ed è cambiato lo stesso mondo intorno a noi.

Un ricercatore con cui ho lavorato mi ha detto: “Noi cambiamo opinione, noi impariamo. Scienziati e cittadini, entrambi noi. Noi ricercatori impariamo specialmente dai ragazzi, perché i ragazzi hanno una mente aperta che spesso noi non possediamo più. Talvolta i ragazzi ci pongono delle domande che ci lasciano perplessi, ma più spesso fanno delle osservazioni che ci spingono a guardare una determinata questione da un punto di vista differente, che non avevamo ancora immaginato”.

Comunque sia, qualunque cosa si voglia farne, di questo grande potere che ci viene dal gestire un museo interattivo di scienze naturali come la Casa delle Farfalle, credo che la cosa che davvero conta sia porsi ogni giorno la domanda: “Che cosa possiamo fare, con questo fantastico strumento?”. Ma più ancora: “Che cosa dobbiamo farci?”.

Per quanto riguarda la risposta, quella che noi crediamo sia doverosa, e in quanto tale possibile, si può riassumere in alcune semplici linee guida: “Guardarsi intorno, imparare, cambiare, migliorare, crescere; essere cioè umili e coraggiosi. Non accontentarsi”.